IL BAMBINO CHE VOLEVA RIMANERE BAMBINO

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ASCOLTA L’AUDIO RACCONTOLetto da Marco e dal piccolo Riccardo

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Mi giunge notizia di questo bambino di otto anni che risponde allo strambo nome di Gus, il quale un giorno ha deciso di punto in bianco di non tornare più a casa. In realtà c’è tornato, il punto è che non ne vuol sapere di entrare.

Abita lì, in quella specie di Colosseo rimodellato a mo’ di palazzo da un architetto con il pallino dell’antica Roma; Gus però non è che l’abbia mai particolarmente apprezzato. Difatti, camminando sul prato di ritorno da scuola, che si trova al lato opposto del parco, quel mostro enorme di cemento gli ha sempre dato un senso di oppressione, non c’è giorno in cui non lo abbia immaginato muoversi e sollevarsi per poi cadergli addosso.

Un giorno non si sa per quale motivo scatenante, né per quale processo scattato nella sua mente, Gus si convince che quel palazzone lo stia facendo invecchiare e che l’unico modo per rimanere bambino sia non avvicinarcisi troppo e men che meno entrarci.

La decisione viene un giorno proprio di ritorno a scuola, la mamma non vedendolo arrivare gli va incontro trovandolo seduto a gambe incrociate nel prato.

«Ma chi me lo fa fare», si giustifica, «Se i grandi sognano di tornare bambini, significa che diventare adulti non è poi così bello come sembra.»

I suoi amichetti lo scherniscono, qualcuno invece cerca di dissuaderlo dalla sua scelta: «Da grande potrai guidare la macchina!»(per poi scoprire che costa e la maggior parte del tempo lo passerai fermo in coda nel traffico); «Potrai comprare tutti i mignon al cioccolato», (peccato che realizzerai che gli zuccheri fanno male e quindi non potrai mangiare proprio tutti i mignon che vorresti, al massimo due ma solo ogni tanto per far dispetto a qualche bambino); «Potrai andare a letto quando vuoi tu, anche tardissimo!» (sì, e lo farai pure… ma la mattina dopo, seduto sul ciglio del letto e fissando il pavimento cercando di capire chi sei, maledirai quella scelta).

Gus è testardo e non ha mai ceduto, non vuole rischiare ed è deciso a rimanere lì, nel prato con il suo Super Santos. I genitori se lo guardano inteneriti, lo assecondano, a questo punto tocca loro fare a turni per dormire di notte con lui.

E così il nostro amico va avanti: la mattina si sveglia e va a scuola, al ritorno adagia una tovaglia a terra e mangia sul prato. Sul prato studia, gioca, ci si sdraia sopra e disegna animali con le nuvole. Dorme.

Passano giorni, settimane, mesi dopodiché i genitori non dormono più con lui pur seguendolo costantemente dal balcone di casa. L’erba cresce, lunghi steli verdi dritti verso il cielo diventano col tempo gialli appassiti. Quello che non appassisce è la sua convinzione, vede i genitori invecchiare e dà loro la colpa di questo, perché vorrebbe che, come lui, rimanessero lontani da quel mostro.

La notizia gira, cominciano a nascere leggende metropolitane che lo rendono un centenario con l’aspetto di un bambino. Altre narrano che una volta, al contrario, era vecchio, un senza fissa dimora a cui capitò di stazionare in quel prato per alcuni mesi e che ci rimase quando scoprì che quel posto era magico e lui stava ringiovanendo.

Oggi lo sono andato a trovare, Gus ha occhi piccoli e vispi, dice che sta bene perché a lui «Basta un pallone e stare all’aria aperta per essere contento.»

Ha un ginocchio sbucciato, è successo perché esultando per un gol fatto in una tanto importante quanto immaginaria partita, ha strusciato le ginocchia sulla terra. Prendo allora il mio fazzoletto di stoffa dalla tasca, lo inumidisco a un angolo con la saliva e gli tampono quelle piccole escoriazioni.

«Perché non rimani qui con me?», mi chiede.

«Beh… ormai è tardi, non sono più un bambino.»

«Ma questo posto fa tornare bambini, fai ancora in tempo. Io comincio a sentirmi solo. I miei amici non vengono più tanto spesso, ormai loro sono cresciuti e se ne vanno altrove a divertirsi. Ma in fondo è meglio così, se l’alternativa è averli qui e sentirli prendermi in giro.»

Si alza di scatto, mi guarda con un sorriso malizioso e va a posizionare il Super Santos.

«Ecco fatto. Guarda, quello è il mondo dei grandi» e indica il palazzo, «mentre questo è quello dei bambini» indicando il pallone. «Io te l’ho messo qui. Ora decidi tu, scegli: se vuoi rimanere qui con me prendi una lunga rincorsa e calcialo con tutta la forza che puoi contro quel mostro. Altrimenti, vabbè, girati e vai via.»

Lo guardo con simpatia: “Ma guarda tu che tipo ’sto Gus, un bambino che viene a fare a me lezioni sulla vita.” Mi alzo in piedi e con la mano gli do una stropicciata sulla testa.

«Bravo, hai trovato il tuo modo per essere felice, lo sai che tanti adulti non l’hanno ancora fatto?»

Vado via, ma ti pare che io mi faccia condizionare da questo piccoletto.

Prima di uscire dal pratone e salire sul marciapiede mi guardo indietro. Osservo Gus in primo piano giocare divertito tra l’erba e quel palazzo sfocato sullo sfondo.

Il pallone è rimasto lì. Una sfera arancione immersa in un prato verde. Rido… E comincio a correre.

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