IL RITRATTO

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Ore 9.00 di un mattino sosia di tanti altri e cappello di un comune giorno feriale. Autobus da Laurentina per via Grezar, salgo incazzato per l’ennesimo ritardo causa traffico tra il letto e il bagno. Sopra il mezzo c’è un ragazzo con evidenti problemi mentali… per colpa di qualche malattia? Bruciato da qualche sostanza? Non lo so. So solo che è grassoccio, porta vestiti e una giacca palesemente troppo larghi, parla lentamente, ad alta voce, quasi mono espressivo e ha lo sguardo spento.
È seduto nei posti a quattro, io gli sto davanti ma nel sedile opposto. Accanto a lui, quindi davanti a me, una signora anziana si siede, lo fa distrattamente sopra a un pezzo della sua giacca. Lui la guarda, tira con forza il lembo di stoffa e le dice arrabbiato: «Ma non lo vedi dove ti sei messa?» La signora tace, mi guarda, si alza e si siede da un’altra parte. Tempo in cui è rimasta seduta: sette secondi.
Rimaniamo io e lui.


Tiro fuori un libro* dalle dimensioni più piccole delle solite, la pagina di copertina è totalmente blu senza scritta alcuna, non finisco di leggere la prima frase che mi chiede se quella signora sia mia madre.

«No, non l’ho mai vista prima», sorrido, abbasso lo sguardo e mi ributto sulla parola di prima.
Ma lui ancora: «È un libro di preghiere, quello?»
Io: «No, no, è un normale libro… è solo un po’ vecchiotto, è del ’33.»
«Ma ’33 Anticristo o dopo Cristo?» (Giuro che ha detto Anticristo.)
«Dopo Cristo… Intendevo 1933.»
«Mmmh…» (Non è convinto.)
Ritorno sulla parola di prima e riesco a leggere anche le quattro, cinque successive.
«Mamma mia e quando lo finisci?» (In realtà è piccolo.).
«Non ci vuole tanto, se la storia è bella si legge velocemente, tu leggi mai?»
«Sì… leggo quelli astratti.»
«Intendi i quadri?»
«Sì, … mi piacciono i ritratti.»
Beh, il caso forse ci stava guardando da un po’… fatto sta che ha voluto che, in quel momento, stessi leggendo la prima pagina di un capitolo che si chiamava, guarda tu, proprio “Il Ritratto”.
Gli chiedo: «Ti piacciono i ritratti?»
«Sì.»
«Lo sai come si chiama questo capitolo?» e giro la pagina verso di lui.
Quando legge “Il Ritratto”, il viso vistosamente si allarga, gli occhi si spalancano, la bocca mostra un sorriso e diventa rosso tra lo stupore e il divertimento.
Lì, l’ho conquistato!
Lui, nella sua ingenua “pazzia”, mi chiede: «Me lo leggi?»
Io, nella mia inibita “normalità”, rispondo: «Leggo qui ad alta voce? Ma sarebbe strano, non trovi? Gli altri, poi, che penserebbero di me?»
«Tu te ne devi fregà di quello che pensano gli altri… Dai, leggi il libro per me.»
Per convincermi, tira fuori un paragone per me geniale (confermato poi fuori dal bus anche da una ragazza che si è gustata tutta la scena dall’inizio alla fine).
«Vabbè, ma allora quelli che in chiesa leggono ad alta voce? Allora uno deve annà lì e dije “Oh che state a fà, non se legge ad alta voce!”»
… Genio!
Mi gioco la mia ultima carta, praticamente un liscio nella briscola: «Ma io sono timido.»
Figuriamoci, ormai s’è impuntato, schiva la mia scusa e rilancia: «E che vor dì, io pure so’ timido e allora come famo? Dai per favore leggi, arrivi fino al punto.»
Ok, mi convince. A questo punto, fanculo la “normalità”, stavolta rilancio io: «Va bene, ma poi leggi anche tu fino al punto successivo, poi rileggo io e così a seguire.»


Lo invito a iniziare per primo, prende il libro in mano e come un bambino di terza elementare comincia: «Il ritt-tratto dopo quel col… coll… lochio andai er-r-r-ando…errando, per cir-rca due ore…»
Arriva il punto e, con occhio di sfida, mi ridà il libro dicendo: «Ora tocca a te!»
Io, non so perché, avevo dato per scontato che avremmo dovuto leggere la stessa parte entrambi, ma quando comincio lui mi interrompe con un: «Eh no, stai a fà il paraculo, questo l’ho già letto io». Spiego che avevo capito male, ma lui niente, ripete: «Stai a fà il paraculo.»
Vabbè, sto facendo il paraculo: «Avrei voluto prendere…»
«Alza la voce che non ti sento!» (pure…)
«Avrei voluto prendere qualche decisione, agire senza rosa…Vai tocca a te!»


E così via, per cinque, sei volte a testa, la mia voce ormai ha un tono alto, io sorrido divertito, lui pure nonostante l’abbia presa sul serio, spesso inciampa nelle parole. Quando arriva a Deschamps, senza colpo ferire, lo trasforma in deciampsis e così via, claudicante tra le parole è deciso e imperterrito.
Durante tutto questo tempo una ragazza, seduta dietro al mio amico, sorridendo, ci segue incuriosita.
L’autobus sta arrivando alla mia fermata, chiamo l’ultimo giro dopodiché infilo il libro nella borsa e mentre vado per salutare, lui mi chiede una cosa semplicissima… il mio numero di telefono.
… Non ce l’ho fatta.
La mia “normalità” mi grida: «Ma che sei matto?» così rispondo che non ho il cellulare e, stupidamente, gli domando perché me lo chiede. Lui, dispiaciutissimo mi dice, guardandomi come se fosse scontato: «Perché così rimaniamo in contatto, sei simpatico.»
«Eh no, purtroppo non ce l’ho, ma se domani mattina riprendi questo autobus ci rivediamo. Comunque prendi un libro e comincia a leggere che sei bravo.»
Lo saluto e lo lascio con una smorfia di dispiacere.

Scendo dall’autobus insieme a una ragazza, lei mi ferma per dirmi che la scena era stata molto bella e divertente dal di fuori; confessa che a un certo punto si aspettava, e lo sperava, che il mio amico “pazzo” girasse il libro anche a lei per leggerlo; lei poi l’avrebbe dato a un altro ancora e così via, fino a ritrovarci tutti a leggere ad alta voce un pezzo di libro.

*Il libro è “LO SPETTRO” DI Arnold Bennet.

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